lunedì 17 ottobre 2011

Ne valeva la pena...

Una necessaria premessa che è solo un ribadire concetti già espressi: il nostro piccolo è la cosa più bella che sia capitata nelle nostre vite, in assoluto. E potrei usare un incredibile numero di righe per spiegare questo concetto, ma spero anche solo con questo di averlo chiarito.

Tuttavia non amo la frase: “ne è valsa la pena” o sue similari, per i seguenti motivi.

C’è innanzitutto da dire che esistono, nell’iter di una aspirante coppia adottiva, due componenti negative: la fatica e la pena (=dolore).

La fatica è quella che si prova nell’affrontare corsi, colloqui vari, altri corsi, attese, iter burocratici in quantità e situazioni di questo genere. 

A quanto pare l’Italia è il paese che quanto a fatiche di questo genere deve sopportare la fatica maggiore e Giorgio ed io siamo stati sfortunati nella sfortuna dato che le nostre fatiche sono cominciate nel lontano 2004!

Sì, sarebbe bello avere meno burocrazia nell’adozione, ma se tale burocrazia non fa diventare l’attesa uno stillicidio (cosa che purtroppo stava accadendo a noi) credo siano cose potenzialmente sopportabili.

Tanto per fare un esempio,  io personalmente non ho un cattivo ricordo di tutto quanto abbiamo dovuto fare per ottenere il decreto di idoneità all’adozione. La motivazione era tanta e ogni passo mi appariva un passo in meno verso il nostro bambino.

Alcuni momenti dei corsi affrontati sono stati psicologicamente piuttosto pesanti, ma certo utili per capire cosa sia il mondo dell’adozione e per aggiustare il tiro di alcune idee non del tutto corrette che io stessa avevo.

In particolare poi, una persona che ricordo con affetto (anche se lei non lo sa) è la psicologa con la quale abbiamo affrontato le sedute per avere l’idoneità, la dottoressa Lucia Mattarollo che, senza dimenticare mai la sua professionalità e i suoi doveri, ci ha fatto vivere quella necessaria esperienza in modo del tutto tranquillo e sereno.

Ecco allora che, malgrado la fatica, per i genitori adottivi (e certo per noi) possa essere tanta, mi sento di poter dire a questo punto la frase: “Ne è valsa la fatica!”. Sì, ne è valsa davvero la fatica.


Parliamo ora della pena, parola che ha come sinonimo: dolore.

Succede in fatti a volte, nell’adozione, che prenda il posto della fatica il dolore.

Prendo dai forum in rete sull’adozione due esempi:

il primo riguarda un aspirante genitore adottivo che, dopo anni di faticosa attesa, ottiene finalmente l’abbinamento e si arrabatta per mettere insieme i documenti necessari per partire al più presto. Un ritardo nell’ottenimento di un certo documento comporterà un ritardo nella tanto sospirata partenza e quindi del tanto sospirato incontro con il bambino. Il quasi genitore cerca di far capire all’impiegato allo sportello che quel documento gli serve al più presto e costui, meritevole senza dubbio sul campo dell’onorificenza di “Asiniere Del Lavoro” risponde: “Tanto, avete aspettato tanto….!”, come dire… che vi costa aspettare un po' di giorni in più?

Non è una situazione vissuta da me, ma mi sembra di sentire la punta di coltello nel cuore che deve aver provato chi si è sentito dare questa risposta.

Secondo esempio, dove il dolore si fa molto più truce fin certo ad arrivare quasi all’inverosimile. (In questa situazione non provo neppure ad immedesimarmi, fa troppo male anche solo pensarci di striscio!).

Una coppia va nel paese straniero per conoscere quello che sarà (.. ma sì!, certo!,.. in questi casi si deve dire… “potrebbe” essere..) e loro vogliono che sia, il loro figlio e, durante il periodo di attesa del viaggio successivo che permetterà loro di portare il bambino in Italia, il paese straniero chiude le adozioni internazionali (Clic! Dimenticate l’accaduto, non se ne fa più nulla!).

Tra i due esempi, il primo a rappresentare situazioni di quasi normale amministrazione per gli aspiranti genitori adottivi, il secondo evidente apoteosi della sofferenza per coloro i quali si sono trovati in una situazione come questa, c’è tutta una casistica da galleria degli orrori che ve la raccomando!

Ma parliamone di questo dolore!

In  natura il dolore esiste per metterci in allarme su una situazione che non va bene (CHE NON VA BENE!!!) e deve essere evitata (EVITATA!!) in futuro e mentre ci si è ancora in mezzo ci dà la possibilità di evitare il peggio.
Tant’è che una volta esaurita la funzione del dolore, o una volta acquisita la capacità di prevedere la situazione nociva che porta ad esso, l’essere umano si è messo ad escogitare tutti i modi per smorzarlo, questo dolore.
Ecco quindi l’epidurale per le partorienti, la puntura di anestetico dal dentista, le terapie contro il dolore nei malati terminali e chi ne ha più ne metta così via dicendo finché volete. Perché in natura il dolore è fatto per essere evitato.

 È per sfuggire al dolore della fame, del freddo, della cattura di un predatore ecc. che le specie hanno inventato l’evoluzione e dato che l’essere umano pare essere l’animale più intelligente, ha inventato mille modi per sfuggire al dolore.

Con una eclatante eccezione!!: gli aspiranti genitori adottivi.

Quante volte ho sentito pronunciare o letto frasi del tipo: “Tenete duro, sopportate, tanto poi quando avrete il/i bambino/i vi dimenticherete tutto”.

Ma per quale motivo un aspirante genitore adottivo deve invece sopportarlo, e possibilmente in rigoroso silenzio e senza fare nulla, il dolore? (Buoni e zitti!!)

Nessuno provi a spiegarmelo!

Perché se il mio dentista si azzardasse a non farmi la puntura prima di mettermi gli arnesi in bocca rassicurandomi del fatto che quando avrò impiantata la mia bella capsula tutta in bell’oro fiammante mi sarò dimenticata di tutto il dolore provato nel metterla, pur amando io la non violenza, si ritroverebbe con un bell’occhio nero ancora prima di finire la frase.

Quasi scherzi a parte, risale al Medioevo, anno più, anno meno,  l’epoca in cui si teneva a bada (per farle sopportare tutto in silenzio) la plebaglia intenta a dibattersi tra povertà, fame, ignoranza ed epidemie varie per ricordandole che poi, tanto, c’era il paradiso che “ripagava di tutto” e addirittura a qualcuno venne anche la bella pensata di rincarare la dose e far passare la voglia di pensare a chi malgrado tutto se la spassava ancora troppo e rischiava di creare problemi trovando il tempo di far funzionare il cervello e fu così che nacquero i flagellanti.

Il Medioevo è finito però ed io, che ho tempo e modo di far funzionare quei quattro neuroni che mi ritrovo, considero contro natura porre la pietra tombale del “ne è valsa la pena” sulle sofferenze che io stessa ho patito a partire del 2004.

Anche perché almeno il 90 per cento delle sofferenze degli aspiranti genitori adottivi potrebbe essere facilmente evitato, a mio giudizio. (Sì, dico “90” e dico “facilmente”). E chissà quanti altri dolori successivi si potrebbero evitare se a qualcuno interessasse tenere memoria di quelli precedenti ed utilizzare questa memoria. Mi pare chiaro che invece tale interesse non ci sia.

Dimenticare il dolore?

Io penso che al massimo sia sensato cercare di non farsi sopraffare da esso ed è quello che per quanto mi riguarda ho strenuamente tentato di fare soprattutto per arrivare il più serenamente possibile all’incontro con il nostro tesoro.

Trovo inoltre difficile dimenticare il dolore.

ad esempio ricordo come fosse ora i lancinanti dolori notturni da calcoli alla cistifellea (per approfondimenti cliccare su METAMEDICINA ) che mi hanno colta al mio dodicesimo mese di attesa per entrare in lista d’attesa in Colombia (che divertente gioco di parole!) che mi fecero seriamente pentire in quei giorni di non essere nata ameba (organismo unicellulare privo di sistema nervoso) e che mi fecero ricoverare quasi d’urgenza per l’intervento risolutore (ebbene sì, anche in questo caso il dottore non mi mandò a casa dicendo.. sopporti la notte.. tanto durante l’assolato giorno se la gode e non ricorda più nulla).

Colleghi genitori adottivi, dite la verità, quello che dimenticate, dopo, è il desiderio che chi di dovere saldi il conto per tutte le sofferenze gratuite (e facilmente evitabili) che vi sono state inflitte!

Se è questo che bisogna fare, certo ci posso provare anche io!

Però permettetemi  almeno di salutare alla Alberto Sordi chi cerca ogni giorno di convincere un aspirante genitore adottivo che “Ne varrà la pena!”.  (Wow! Che folla!)

Agli altri dedico un simpatico saluto che si fa affettuoso verso tutte le aspiranti coppie adottive che iniziano ora il percorso: 

SIETE affamati, SIETE folli e quindi non accettate mai di patire fermi e zitti!

Adiòs a todos!

ROBERTA

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